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Grazie al test «UNIVERSALE», la sordità fa meno paura

In Italia il 96 per cento dei neonati è stato sottoposto all’esame che permette  di individuare precocemente i principali problemi dell’udito

Adesso si può  annunciare ufficialmente:  in Italia lo screening  dell’udito  eseguito sui neonati è «universale». I dati provenienti da oltre 400 Punti nascita (su 531), elaborati dal Gruppo di Ricerca Sordità - attivato nel 2003 presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’IIMS Istituto Italiano di Medicina Sociale (oggi INAPP,Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ), in stretta collaborazione con il Gruppo di studio Organi di Senso della Società Italiana di Neonatologia -  confermano che nel 2016 il 95,7% dei bambini italiani è stato sottoposto al test sulla sordità.

Lo screening audiologico universale, entro i primi 2-3 mesi di vita (si veda grafico), è la soluzione per scoprire subito i problemi di ipoacusia di un bambino e di intervenire in una fase precoce. In assenza di visite specialistiche la sordità infantile viene scoperta intorno ai 2-3 anni di vita, rischiando di compromettere le capacità sociali, linguistiche e cognitive del bambino. In Italia sono circa 42 mila le persone con sordità accompagnata da disturbi comunicativi gravi. Superata la soglia del 95% di neonati sottoposti al test, nel futuro prossimo c’è da attendersi che il numero non solo non aumenti ma si avvicini pressoché allo zero. Anche perché, dopo anni di richieste e di attesa, il test è entrato a fare parte delle prestazioni sanitarie gratuite assicurate dai LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) ed è diventato obbligatorio. Dal 2010, era solo incluso nel Piano nazionale di prevenzione senza tuttavia obbligo di eseguirlo.

«Si tratta di un importante traguardo raggiunto grazie alla perseveranza di tutto il personale coinvolto — spiega Luciano Bubbico, Otorino referente del progetto — . Basti pensare che nella nostra prima rilevazione del 2003, i bimbi sottoposti a screening erano appena il 29,9%. Neonatologi, infermieri, audiologi, audiometristi e terapisti  si sono impegnati con dedizione per porre l’Italia tra le poche nazioni europee all’avanguardia su questo tema». Sono dieci, per la precisione: Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio, Inghilterra, Germania, Polonia, Austria , Svizzera e Croazia.

«La legge sui LEA arriva a cose fatte  — commenta il professor Alessandro Martini direttore del reparto di Otochirurgia dell’Azienda ospedaliera Università di Padova —. Grazie alla dedizione di molti,  nella maggior parte delle regioni infatti viene già garantito. La presenza di una regolamentazione regionale e anche coordinata a livello nazionale, tuttavia,  è  di estrema importanza perché vuole dire anche omogeneizzare la raccolta dei dati e la loro interpretazione. Non basta cioè che  l’esame venga fatto, bisogna poi sapere se tutto il follow up è eseguito  in maniera precisa. Non ci sarebbe niente di peggio che fare lo screening, senza poi arrivare a diagnosi  complete».

Il test di primo livello (otoemissioni acustiche , TEOAE;  si veda grafico)  ha costi molto contenuti: un apparecchio per l’esame delle otoemissioni si acquista con  meno di 5 mila euro: uno studio dell’IIMS ha calcolato che in Italia l’esame di primo livello costa 13,32 euro a bambino contro i 20-25 euro in Europa.   Ma soprattutto assicura al bambino e alla sua famiglia una vita normale, oltre a risparmi notevoli per la collettività. Si stima che un bambino sottoposto a diagnosi in ritardo e destinato quindi al sordomutismo, abbia un costo sociale di 750 mila euro nell’arco della vita, contro i 17 mila di un bimbo che invece la diagnosi l’ha ottenuta in tempo. «Da qui la rilevanza di uno screening precoce — spiega il professor Stefano Berrettini, responsabile dell’Unità operativa di Otorinolaringoiatria dell’Azienda ospedaliera universitaria Pisana —: serve a identificare non solo le sordità profonde ma anche quelle gravi e medio gravi che, se non riconosciute subito e corrette con l’utilizzo delle protesi, procurano ai bambini problemi scolastici importanti».

Il rispetto dei tempi è fondamentale e le Linee guida internazionali lo sottolineano (si veda grafico).

«Avere una diagnosi certa entro i primi 2-3 mesi di vita è essenziale per il bene del bambino —  sottolinea  il professor Martini —: questo è il periodo migliore per un eventuale intervento, che poi potrà essere effettuato a seconda dell’intensità del danno acustico». Se l’esame delle otoemissioni risulta positivo, cioè il test non è superato, si può procedere ad un ulteriore  esame cioè a quello dei cosiddetti potenziali uditivi evocati (AABR, si veda grafico). In Veneto, le Linee guida regionali prevedono addirittura che questo test sia eseguito di routine al posto di quello sulle otoemissioni acustiche perché ritenuto più completo e affidabile.

«Ora che la copertura universale dello screening del primo livello è stata raggiunta — fa presente Luciano Bubbico — , è necessaria l’implementazione del sistema di monitoraggio e controllo di tutto il percorso che va dal primo livello dello screening,al nido e alla valutazione audiologica, dove è necessario il raggiungimento di standard qualitativi per garantire programmi sicuri, efficaci ed efficienti».

Le famiglie condividono la stessa esigenza: «L’obiettivo raggiunto dello screening universale è fondamentale — dicono Domenico Pinto, presidente dell’associazione Affrontiamo la Sordità Insieme (ASI), e JodiCutler  animatrice del Forum sugli impianti cocleari di ASI  seguito da 7.700 famiglie —, così come l’inserimento nei LEA e l’aggiornamento del nomenclatore sulle protesi. Ma occorre capire poi come  si comporteranno le Regioni, in base anche ai loro budget».

Ruggiero Corcella

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